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Il giovane regista veneziano mette in scena un Goldoni fuori dal tempo, basato sull'amore e sugli equivoci. Si ride, si scherza, ma è lecito porsi alcuni interrogativi.
Il Ventaglio di Carlo Goldoni è uno spettacolo di Damiano Michieletto che ne ha curato adattamento e regia. È una produzione del Teatro Stabile del Veneto in collaborazione con Teatri e Umanesimo Latino SpA e con la distribuzione di ARTEVEN Circuito Teatrale Regionale.
Per circa due ore e mezza il pubblico ride, si diverte nel vedere i personaggi che ballano, si incontrano, si scontrano, litigano, si odiano, si amano a causa di un ventaglio. Al termine lo spettatore esce contento e soddisfatto, ma finite le risa si domanda: quale significato dare a quanto visto? A posteriori ci si accorge che la messa in scena di Michieletto manca di uno scopo drammaturgico. Non è una riproposizione fedele del testo di Goldoni, dal momento che è ambientato in epoca moderna, anche se è recitato in una lingua a metà tra Shakespeare, il veneziano dell'epoca e parole di uso corrente. Allo stesso tempo non è uno spettacolo sull'amore che prende spunto dal testo goldoniano in quanto ne racconta l'intera storia. Quindi?
Goldoni scrisse Il Ventaglio nel 1762 dopo la fuga da Venezia. Affronta una tematica come l'amore più volte esaminata, in uno schema narrativo che prevede due trittici di innamorati e un nobile decaduto intento a sistemare gli equivoci a cui fanno da contorno altri personaggi destinati a portare scompiglio per poi giungere al finale chiarificatore. É comunque una composizione piacevole, leggera, divertente con uno sviluppo organico e un'evoluzione narrativa dall'equivoco al lieto fine. Il riadattamento pensato da Michieletto, invece, manca proprio di questa compattezza. La storia viene posta in secondo piano per lasciare spazio a piccole scene veloci, da intendersi come dei flash indipendenti, simpatici, ma svianti dallo svolgersi della storia. Il problema dello smarrimento del ventaglio e l'equivoco connesso, si perde lungo il percorso, perché l'attenzione del pubblico si sposta sulle singole scene. 
Lo spettatore osserva divertito ai litigi tra i protagonisti conditi da urla e gestacci; ride nel vedere Giannina, una convincente Silvia Paoli, nel testo goldoniano serva decisa e di carattere, ma comunque sottomessa al volere dei suoi padroni e di suo fratello, che urla e insulta lui e chiunque non accetti il suo sodalizio con Crespino. Ancora si diverte a osservare il Conte, un ottimo Alessandro Albertin, ingessato nel suo carattere nobiliare altezzoso e distaccato, che si arrabatta per chiarire gli equivoci, pur continuamente vituperato verbalmente (dove è finito il rispetto originario per il nobile del testo originale?).
Tutti gli attori, però, sembrano non avere la possibilità di uscire dalla caratterizzazione impostagli da battute, espressioni e movimenti registici che propongono più la forma comica che il loro carattere. Non traspare la veridicità dei loro personaggi e quindi il pubblico non ne comprende i drammi o la felicità, ma gusta solo la loro comicità. Il personaggio di Cupido o del Ventaglio, un etereo Giuseppe Nitti, in scena ha la stessa funzione dell'amore ossia sconvolgere e prendersi beffa dell'uomo. Porta sul palco gli attori, gioca con le loro vite, crea sempre la situazione giusta per farli incontrare. Il suo muoversi appare, tuttavia, troppo estetico, poco narrativo.
Cupido, e di riflesso l'amore, non sembra il reale fautore delle scene da lui create in quanto non è così addentro all'azione, ma è percepito solo come una presenza svolazzante. In definitiva così come è stato presentato il testo di Michieletto risulta piacevole, pur privo di esplicite spiegazioni. È inevitabile domandarsi perché gli attori nella scena finale si spoglino o che attinenza intercorra tra la canzone Cupid di Amy Winehouse o Take a walk in wide side di Lou Reed e il testo di Godoni.
Forse sarebbe stato più opportuno creare uno spettacolo sull'amore inteso in senso generico, servendosi de Il Ventaglio goldoniano solo per qualche scena. Una nota è dedicata a Nicola Ciaffoni. Nella prima al Teatro Goldoni di Venezia lo scorso 1 febbraio causa mal tempo l'attore che impersona Evaristo, Daniele Bonaiuti, è arrivato in teatro solo al secondo atto. Ciaffoni, la cui parte nella medesima rappresentazione è quella di Moracchio, è stato capace di sostituirlo, rendendo la stessa caratterizzazione e la stessa intensità comica di Bonaiuti. É riuscito a immedesimarsi con bravura e professionalità, tanto da non creare nessun tipo di distacco interpretativo nel personaggio tra primo e secondo atto.
CREDITI FOTO: Digital Ink, Rovigo
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