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A 4 anni da “Babel”, Alejandro Gonzalez Inarritu gira una pellicola sincera e dolorosa dall’inizio alla fine, con un Javier Bardem da oscar.
“A volte il destino assomiglia ad una tempesta di sabbia che cambia sempre direzione, tu cambi di nuovo, ma la tempesta si adatta al tuo passo. Questo si ripete infinite volte come una danza sinistra con la morte, prima dell'alba.
Quella tempesta non è qualcosa arrivato da lontano, qualcosa di indipendente da te, quella tempesta sei tu, è qualcosa che hai dentro, quindi non puoi far altro che attraversarla quella tempesta, che per quanto immateriale, lacera la carne come mille rasoi.
Verrà versato sangue umano, sangue che ti macchierà le mani; è il tuo sangue ed anche il sangue di altri. E quando la tempesta sarà finita, neanche tu saprai come hai fatto ad uscirne vivo, però una cosa è certa: quando uscirai da quella tempesta, la tua vita non sarà più la stessa, sarà bellissima”.
Queste parole sintetizzano alla perfezione un film intriso di dolore, e una delle più struggenti interpretazioni degli ultime anni, quella di Bardem nei panni di Uxbal, un uomo malato terminale di cancro alla prostata, che ha una forte comunicazione con il mondo dell’aldilà, espediente che gli permette di arrotondare nei guadagni.
Come prima “occupazione”, il lavoro che svolge Uxbal, è quello di procurare agli immigrati cinesi e senegalesi, una qualsiasi mansione che permetta loro di campare nei barrios di Barcellona. E in questa pellicola, la metropoli catalana non appare come quella da cartolina delle ramblas e della Sagrada Familia, mostrataci da Woody Allen in “Vicky Christina Barcelona” (sempre con Bardem tra i protagonisti).
La Barcellona descritta da Inarritu è quella del quartiere di Santa Coloma, regno della delinquenza, del degrado, della sopraffazione e degli oscuri traffici, come quelli a cui si dedica Uxbal, pronto a tutto pur di assicurare un’avvenire ai suoi due figli piccoli, privati di una madre sofferente di bipolarismo e per questo inadatta a ricoprire un ruolo così delicato e formativo.
Orfano della collaborazione dello sceneggiatore Guillermo Arriaga, Inarritu dà a questa pellicola cupa e apparentemente iperpessimista una sua impronta personale che segna la definitiva maturazione della sua carriera artistica.
Personalmente non ho evidenziato i percorsi paralleli tipici delle sue pellicole precedenti, ma un’intensa crescita personale di Uxbal, in cui si soffre insieme alla lui dall’inizio alla fine, e in questo caso il processo di immedesimazione (sottolineato dalle penetranti musiche di Gustavo Santaolalla) è estremamente veritiero. Il secondo oscar sarebbe strameritato per Bardem (dopo la Palma d’oro a Cannes come miglior attore), e facciamo i migliori auguri perché ciò avvenga.
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