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Bioetica malata in “La pelle che abito”

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Scritto da Francesco Maggiore   
Martedì 04 Ottobre 2011 00:13

E’ una scienza deviata quella che si vede nell’ultima pellicola di Pedro Almodovar, autore del suo primo vero “horror”.


Bioetica malata in “La pelle che abito”Che inizia con una bellissima ragazza, Vera (Elena Anaya) che fa yoga sulle note di Pina Bausch, ed è tenuta sotto stretta osservazione da Robert Ledgard (Antonio Banderas), chirurgo di rinomata fama nel suo paese. Uno dei suoi obiettivi nella vita, è di ricreare una pelle sintetica che sia quanto più perfetta possibile e impermeabile alle ustioni, le stesse che hanno sfigurato sua moglie a seguito di un incidente stradale, e poi suicidatasi.

Quattro anni prima durante una festa, la figlia di Robert viene adescata e stuprata da un giovane, di nome Vincent (Jan Cornet). Traumatizzatasi a tal punto, la ragazza segue l’analogo destino della madre, e Robert non riesce a darsi pace. Decide di organizzare una meticolosa e spietata vendetta: rapisce Vincent e lo segrega nella sua villa.

Robert ha bisogno di una cavia per il suo progetto di creazione della pelle perfetta, la trans genesi, e con Vincent riesce a coniugare punizione e sperimentazione. Il giovane viene evirato e dopo numerosi interventi, Robert lo trasforma in una donna, straordinariamente simile a sua moglie morta. Ma la sua segregazione a lungo andare non avrà effetti positivi per nessuno e il binomio vittima-carnefice si ribalta continuamente fino ad un’inevitabile risoluzione finale.

Era da molti anni che Almodovar voleva portare sul grande schermo il romanzo di Thierry Jonquet, “Tarantola”, e questa pellicola (presentata a Cannes 2011), segna la reunion con Antonio Banderas a vent’anni di distanza da “Lègami”. Il ruolo di Vera è andato alla splendida Elena Anaya, che ha sostituito la solita musa Penelope Cruz, e la scelta si è rivelata azzeccata, se non superlativa.

 

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