Giornale Periodico di Arte Cultura Spettacolo e Attualità   Reg. al Tribunale di La Spezia n.° 3 del 07/06/10     ROC 20453     P.I. 01219600119
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Artisti in Galleria
ABSOLUT Protagonista della prima edizione di Art Basel Hong Kong PDF Stampa E-mail
Artisti in Galleria
Da Redazione   
Lunedì 20 Maggio 2013 17:12

Dal 22 al 25 Maggio prende vita WUN DUN, l’art bar di ABSOLUT firmato dall’artista americano Adrian Wong.


ABSOLUT Protagonista della prima edizione di Art Basel Hong KongAbsolut Art Bureau, la divisione di ABSOLUT dedicata alle iniziative legate al mondo dell’arte, è lieta di annunciare la collaborazione con Adrian Wong, artista statunitense ma basato a Hong Kong, in occasione della 1° edizione di Art Basel Hong Kong. L’installazione Wun DUN, trasformerà il piano terra del Fringe Club - rinomato locale situato nei pressi della stazione centrale della città - in uno spettacolare Art Bar per tutta la durata della manifestazione. La location ospiterà ogni sera performance artistiche e sarà la giusta cornice per gustare cocktail a base di ABSOLUT creati ad-hoc per l’occasione, su ispirazione dell’artista.

ABSOLUT ART BUREAU E LE CONVERSAZIONI @ ART BASEL
Come Presenting Partner delle Art Basel Conversations (programma di dibattiti ad Art Basel), il brand supporterà le conversazioni e la condivisione delle idee. Art Basel Conversations è un forum dalla vivace programmazione che vede sia la presenza di artisti che racconteranno le loro esperienze, che di gruppi di collezionisti, direttori di musei, architetti, curatori, critici, galleristi ed editori. Uno degli obiettivi principali di Absolut Art Bureau è quello di promuovere un discorso artistico e di offrire una piazza di visibilità alle nuove idee nel campo delle arti di tutto il mondo. Tutte queste discussioni, in formati video di alta qualità, saranno accessibili a livello globale attraverso una piattaforma digitale http://www.absolutartbureau.com.

WUN DUN: L’INSTALLAZIONE ARTISTICA DI ADRIAN WONG
Traendo ispirazione dal ricco e originale patrimonio storico di Hong Kong, Adrian Wong realizza diverse performance dove il pubblico è parte attiva delle stesse, secondo la logica che vede l’arte come atto sociale. La particolarità di Adrian è quella di combinare gli elementi tradizionali, spesso iconici, dell’immaginario della cultura di Hong Kong nel corso delle diverse epoche storiche.

Il termine Wun Dun ha molteplici significati. Secondo la Cosmologia Cinese fa riferimento al caos primordiale cui seguì la divisione tra cielo e terra e prima della comparsa dei Re. Seguendo il Confucianesimo, Wun Dun rappresenta una divinità, dalla forma gialla con sei gambe e inizialmente privo di elementi sensoriali - quest’ultimi infatti si formarono quando un fulmine cosmico colpì il corpo del Wun Dun, dando così origine agli occhi, alle narici, alle ABSOLUT Protagonista della prima edizione di Art Basel Hong Kongorecchie e alla bocca. Wong reinterpreta tutto ciò come una metafora di Hong Kong, un’antica città, ora spiccatamente moderna, dove il molteplice passato coloniale è stato per gran parte eroso e perso.
 
Wong dirigerà una serie di performance all’interno della location al fine di creare un’esperienza olistica capace di combinare riferimenti estetici, musicali e architettonici differenti, attinti dalle idiosincrasie della città. A partire dalle tipiche panchine, molto popolari nei caffé e nei bar situati lungo Pearl River Delta, passando per la riproduzione di una band robotica d’accompagnamento molto in voga tra i vecchi cantanti di Hong Kong, Wun Dun offrirà una visione anacronistica d’insieme dell’immaginario collettivo della città.
 
Wun Dun segna un netto salto nel percorso artistico di Wong ed esplode la sua analisi sulle influenze culturali tradizionali di Hong Kong e Cina. L’artista spesso abbraccia argomenti controversi, con l’obiettivo di ironizzare sulle leggi di Hong Kong e sull’educata sociale cinese. La sua narrazione ha fatto molto parlare di lui negli ultimi anni. Ad esempio nel 2007, durante un’epidemia di aviaria nella città, la sua performance Sak Gai, mise in scena l’artista mentre baciava un pollo apparentemente vivo. In altri lavori, Wong ha affrontato temi come  le preferenze alimentari dei rivoluzionari durante il regime Qing ai rituali di invocazione delle forze sovrannaturali da parte degli imprenditori locali.

Foto di Roberto Chamorro

 
Scatti d'autore PDF Stampa E-mail
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Artisti in Galleria
Da Marinella Chiorino   
Martedì 14 Maggio 2013 16:45

Un evento culturale assolutamente imperdibile.


Scatti d'autoreL'obbiettivo nelle mani di un grande Maestro crea sempre autentici capolavori! Angelo Redaelli, fotografo sensibile e geniale, è riuscito con rara bravura a fermare le plastiche movenze dei danzatori! Infatti nelle immagini di questa mostra intitolata "On Stage" l'elasticità,la fisicità e l'eleganza vengono splendidamente esaltate!

Grazie ad Angelo colui che guarda prova le stesse emozioni dello spettatore in prima fila! "ON STAGE" sarà inaugurata venerdì 10 maggio presso il foyer del "Multisalagloria" in Corso Vercelli 18 a Milano e proseguirà sino a luglio.

 
Un progetto in cucina PDF Stampa E-mail
Artisti in Galleria
Da Davide Parpinel   
Domenica 12 Maggio 2013 18:52

Il Mart di Rovereto propone due mostre diverse tra loro nella tematica, una su Rudolf Stenier e una sull'interazione tra cibo e design, ma accomunate dall'idea di progetto.


Un progetto in cucinaOrmai è chiaro ed è stato ribadito più volte. Il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, ha dimostrato nei suoi 10 anni di proposta museale di essere il luogo che sa raccontare il mondo che è stato, che è e che potrà essere. Il programma espositivo di inizio 2013 prevede, innanzitutto, la mostra “La Magnifica Ossessione” inaugurata a settembre 2012 che proseguirà fino a ottobre di quest'anno. E' un racconto per immagini e opere della storia dell'arte dalla gipsoteca al manifesto con un  ritmo stimolante e divertente.

In questo periodo, inoltre, sono allestita altre due mostre. La prima è un approfondimento su Rudolf Steiner dal titolo “Rudolf Steiner. L'achimia del quotidiano” ideata dal Vitra Design Museum di Weil am Reich e curata da Mateo Kries. La seconda è “Progetto Forma. La forma del gusto” una panoramica sul cibo vista dal punto di vista del design, a partire dall'arancia di Good Design di Bruno Munari.Un progetto in cucina

Cosa avranno in comune queste due esposizioni? Il concetto di progetto. Rudolf Steiner fu un grande intellettuale, architetto ed educatore di inizio Novecento. Attraverso un percorso espositivo suddiviso nelle tematiche Contesto, Metamorfosi e Pratica, la mostra fornisce le indicazioni storico-artistiche entro cui Steiner elaborò la sua filosofia, la antroposofia. Il pubblico ha la possibilità di osservare fotografie e progetti, oltre a un modellino in scala della sua opera architettonica “Goetheanum” del 1920, esempio cristallino del suo design dalle forme animate.

I documenti e i video invece, restituiscono con precisione le basi concettuali della sua idea di armonia tra uomo e natura. Mentre gli oggetti di design, di arrendo e le strutture architettoniche permettono di comprendere come la antroposofia abbia cambiato la vita quotidiana delle persone e come ancora oggi influenzi la nostra società, attraverso una nuova idea di progetto, concettuale e funzionale.

Le forme, la praticità, la funzionalità dello “Scrittorio” e i materiali usati per la fabbricazione richiamano visibilmente la progettualità contemporanea. L'ideazione è sicuramente un parte fondamentale della realizzazione anche di un cibo e di un alimento, come dimostra la seconda mostra in esame “Progetto Cibo. La forma del gusto”.

Un progetto in cucinaTra brevetti, disegni, immagini e cibo vero da non toccare, si capisce che il gusto ha una forma precisa. Per questo motivo la mostra si apre con “Good Design” di Bruno Munari. In questo libro il designer italiano spiega come razionalmente la forma dell'arancia sia una forma perfetta che la natura ha creato. Questo è il miglior esempio di progettualità del cibo. Nel percorso espositivo ne sono proposte altre come le forme del pane perfette e sapientemente studiate. Oppure i cioccolatini di Montersino o la liscia curvatura di un caciocavallo innovativi e sperimentali.

La forma nasce dalla funzione pratica, decorativa o di semplice humor. “Progetto Cibo. La forma del gusto” eleva la dimensione quotidiana del cibo a Un progetto in cucinauno stato di perfezione quasi classica, perché espone il progetto, la prassi di costruzione. In che modo, ad esempio, si può realizzare una cena sana e soddisfacente anche dal punto di vista estetico? La riposta la propone Martì Guixé che presenta in “Transitional Menù” del 2013 una sperimentale cena, composta da cibi e forme insolite e nuove. Il suo scopo è sottolineare quanto il design può aiutare a superare diverse problematiche del cibo.

Insomma un chiaro progetto per proporre progetti antichi, ma innovativi, come nel caso di Steiner e nuovi orizzonti di progettazione come nel caso del cibo.

Nelle foto da in alto a sinistra: Il primo Goetheanum, 1913-1922 © Dokumentation am Goetheanum, Dornach; Foto: Otto Rietmann

Konstantin Grcic, Chair One, Magis, 2001 © Vitra Design Museum; Foto: Andreas Sütterlin

Enrico Azzimonti e Jordi Pigem, Le bateau ivre, 2007/2013 Ernst Knam

Maria Tovslid, leccalecca, serie Share the sweet, 2009

 
G. de Chirico 'falsario di stesso' PDF Stampa E-mail
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Da Redazione   
Mercoledì 08 Maggio 2013 15:38

Finalmente, dopo oltre 60 anni, il più complicato mistero può dirsi risolto.


G. de Chirico 'falsario di stesso'In occasione della pubblicazione del volume Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia 1913 [1933] Il più clamoroso sequestro del dopoguerra Verità processuale e verità storica a cura di Paolo Baldacci e Gerd Roos, ultimo arrivato della trilogia pubblicata dall’Archivio dell’Arte Metafisica – Scalpendi editore, Barbara Cinelli (Università Roma 3), Maria Grazia Messina (Università di Firenze) e gli autori presentano al pubblico la soluzione del ‘caso de Chirico’.

Il libro svela infatti  l’aspetto meno conosciuto dell’artista ‘falsario di se stesso’, che per sfruttare il crescente successo internazionale della pittura metafisica decise di ingannare collezionisti e mercanti producendo una gran quantità di opere retrodatate, inventando la teoria di un complotto ai suoi danni: la ricostruzione, ricca di documenti inediti e di sconosciuti dettagli biografici, permette anche di giungere a conclusioni storicamente importanti, dimostrando che la teoria formulata nel 1945 nelle Memorie della mia vita, secondo la quale l’artista sarebbe stato vittima di un complotto ordito dagli ambienti surrealisti e modernisti per squalificare la sua pittura recente e invadere il mercato con opere false, è del tutto priva di fondamento.

Giovedì 9 maggio h. 18.00
Archivio dell’Arte Metafisica
Piazza Mirabello 5 – 20121 Milano
Tel. 02.89051406
http://www.archiviometafisica.org

 
I colori del deserto. Dipinti aborigeni contemporanei PDF Stampa E-mail
Artisti in Galleria
Da Redazione   
Domenica 05 Maggio 2013 19:28

Dal 10 al 24 maggio 2013 presso la galleria di ISARTE in Corso Garibaldi, 2 Milano.


I colori del deserto. Dipinti aborigeni contemporaneiUna mostra di dipinti aborigeni contemporanei è sempre un evento. Questo straordinario movimento artistico, fra i più interessanti degli ultimi decenni, non finisce di stupire per la sua inesauribile vitalità. Le crescenti acquisizioni dei musei e le grandi mostre tenute nelle maggiori capitali dell’arte (come la recente Aux sources de la peinture aborigène, chiusa a Parigi nel gennaio scorso) ne confermano la costante ascesa. In Italia e a Milano la Galleria Isarte è un punto di riferimento del settore. A partire dal 2006, ha organizzato con successo diverse esposizioni dedicate a questo importante e ancora non abbastanza conosciuto settore dell’arte contemporanea. La filosofia di Isarte è di puntare sulla qualità per contrastare la tendenza, purtroppo diffusa anche in Italia, a presentare questa forma d’arte attraverso la sua produzione “turistica” o minore.

La mostra I COLORI DEL DESERTO presenta un’accurata selezione di circa venti dipinti di qualità provenienti dal deserto australiano, eseguiti da quattordici artisti indigeni (di cui nove donne e cinque uomini) appartenenti a diverse comunità. La rassegna, infatti, offre una panoramica mirata degli ultimi dieci anni di produzione di alcuni fra i più interessanti centri artistici, come Yuendumu, Mt Allen (Yuelamu Artists), Wangkatjungka, Utopia e Spinifex. Fra gli artisti presenti nella mostra segnaliamo Jimmy Baker, George Ward Tjungurrayi, Dorothy Napangardi, Ningura Napurrula, Maureen Nampitjinpa, Nyuju Stumpy Brown, Thomas Tjapaltjarri. Il pubblico potrà apprezzare la spiccata personalità degli artisti, l’eccezionale varietà delle forme elaborate nelle diverse scuole artistiche e la ricchezza dei contenuti mitici e spirituali dei Dreamings raffigurati nei dipinti.

ISARTE – Pittura Antica e Fine Aboriginal Painting

Dopo anni di crescita nella valutazione della critica e del mercato, culminata con la consacrazione nel Museo Quai Branly di Parigi che le ha dedicato un'importante sezione, la pittura aborigena è considerata ormai uno dei maggiori movimenti artistici sulla scena mondiale. La galleria di ISARTE in Corso Garibaldi – 2 (interno), situata nello storico atelier del pittore chiarista Francesco De Rocchi, è stata la prima in Italia a offrire un’ampia sezione permanente dedicata alla pittura aborigena di qualità museale, fondendola in modo originale con l’attività antiquariale avviata nel 1997.

L’obiettivo è quello di riuscire a portare e diffondere in Italia, come già è successo nel resto d’Europa e prima ancora negli Stati Uniti, i risultati migliori di questa straordinaria espressione artistica che, da noi, in larga parte è conosciuta attraverso una produzione di livello turistico-commerciale.
Con anni di esperienza maturata attraverso numerosi viaggi in Australia e una profonda e rispettosa conoscenza della vita e della cultura delle comunità aborigene, nel 2006 Isarte idea e promuove Dirrmu: dipinti aborigeni per una collezione (Milano, catalogo Skira) una fra le più importanti mostre di pittura aborigena organizzate da una galleria privata italiana.I colori del deserto. Dipinti aborigeni contemporanei

Nel maggio 2008 organizza Arte Agli Antipodi, mostra costituita da una ventina di dipinti molti dei quali mai esposti in Italia, tra cui spiccano opere di alcuni tra gli artisti più noti della pittura aborigena contemporanea. In entrambi i casi si è trattato di una selezione della migliore pittura aborigena, quella che nella consuetudine del mercato internazionale viene definita Fine Aboriginal Painting, per distinguerla dalla produzione artigianale seriale e da quella, non sempre selezionata e talvolta soggetta a un forte scadimento ripetitivo, proveniente anche dalle comunità aborigene più note.

Può sembrare strano che Isabella Tribolati nella sua galleria milanese riesca a far coesistere, egregiamente, due campi così lontani come l’arte antica occidentale e la produzione aborigena contemporanea. In realtà a garantire la qualità della scelta è soprattutto la sensibilità del conoscitore, anzi, la consuetudine con i panneggi dell’arte antica può affinare l’occhio per cogliere i ritmi ancestrali delle forme aborigene. E’ proprio questa conoscenza e l’esperienza maturata nell’arte occidentale che l’hanno spinta a concentrarsi sulla produzione più elevata, in cui la lettura accurata dell’opera ha un peso determinante.

LA PITTURA ABORIGENA

La pittura aborigena contemporanea nasce nel 1971. E’ l’anno in cui Geoffrey Bardon, un insegnante di educazione artistica di Sydney, riesce a convincere gli abitanti della piccola comunità aborigena di Papunya Tula, nel deserto dell’Australia centrale, a raffigurare i loro simboli (forse i più antichi del mondo) con le tecniche della pittura occidentale. Il tentativo di fissare un’arte che spesso utilizzava dei supporti effimeri come la sabbia e il corpo umano era già stato fatto nel passato ma il risultato migliore, ottenuto all’inizio degli anni Quaranta dall’antropologo Charles Mountford, era stato una serie di disegni a pastello. Bardon non poteva immaginare che questa volta il successo sarebbe stato travolgente, e che un inarrestabile movimento pittorico si sarebbe propagato dal piccolo villaggio di Papunya Tula in moltissime comunità aborigene, coinvolgendo centinaia di autori di ogni età e sesso, formando persino delle “scuole” artistiche che ben si distinguono le une dalle altre.

I colori del deserto. Dipinti aborigeni contemporaneiUn aspetto caratteristico del movimento pittorico aborigeno è il forte contributo femminile. Solo all’inizio, per breve tempo, le donne sono state in secondo piano a causa della tradizione che assegnava ai maschi i segreti della conoscenza religiosa. Ma già a partire dagli anni Ottanta la loro presenza si è fatta sempre più rilevante, e sembra che il loro contributo sia destinato a crescere ancora. In alcune comunità, come Utopia, hanno avuto una partecipazione determinante e in molti casi sono proprio loro gli artisti più rappresentativi, le loro opere raggiungono lo stesso livello artistico e le stesse quotazioni economiche di quelle eseguite dagli uomini. Come abbiamo accennato, tutto iniziò nella comunità di Papunya, dove Bardon suggerì di eseguire un dipinto sul muro esterno della scuola elementare. Più degli alunni, al progetto si mostrarono interessati sette aborigeni anziani - fra cui Kaapa Tjampitjinpa (che poi divenne uno dei leader del movimento pittorico) - che in un primo momento cominciarono l’opera (Honey Ant Dreaming) sforzandosi di usare il linguaggio figurativo occidentale.

E’ lo stesso Bardon a raccontarci come andarono le cose: …Indico la parete e dico a Kaapa: “Sarebbero queste le vere honey ants [le formiche che secondo il mito si trasformarono nelle colline intorno a Papunya] aborigene? Non voglio cose da bianchi”. Il lavoro si ferma subito e gli altri sei pittori corrono a guardare le formiche. Kaapa sembrava avere già la risposta prima ancora che gli facessi la domanda. “Non nostre - disse – vostre”. “Bene, dipingete le vostre - dico - honey ants aborigene”. Mi guarda per un secondo e se ne va. Dopo aver parlottato un po’ ritorna, prende il pennello e dipinge la figura schematica - il tipico geroglifico aborigeno - della honey ant.” Dopo qualche indecisione iniziale, causata dalla natura segreta dei simboli religiosi, gli aborigeni presero confidenza con le nuove tecniche (all’inizio acrilici su tavola, in seguito anche ocre e acrilici su tela) e cominciarono a riversare il loro inesauribile bagaglio d’immagini mitologiche, i cosiddetti Dreamings, su un gran numero di dipinti.

Gli “artisti” della comunità di Papunya Tula, formata in tutto da poco più di 1.300 individui, in un anno e mezzo produssero spontaneamente e in piena libertà espressiva circa un migliaio di opere, molte delle quali di livello eccezionale. Negli anni seguenti vennero eseguite moltissime opere altrettanto importanti in altre comunità, con infinte variazioni nelle composizioni e nello stile. Sono quadri che stupiscono non solo per la potenza e raffinatezza, ma anche per la stupefacente assonanza con le forme astratte delle avanguardie europee. Nei tre decenni successivi la pittura aborigena contemporanea è diventata un fenomeno artistico di portata internazionale. Importanti case d’asta, come Sotheby’s e l’australiana Lawson&Menzies, tengono periodicamente delle aste dedicate a questo settore, che ha visto una costante crescita di mercato. In Europa sono nate diverse gallerie specializzate (in Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Paesi Bassi) e sono state formate collezioni pubbliche e private di notevole importanza, come il Museo d’Arte Aborigena di Utrecht e la collezione Essl di Vienna, che testimoniano un alto apprezzamento di quest’arte.I colori del deserto. Dipinti aborigeni contemporanei

Essa è divenuta anche un motivo di orgoglio per la gente aborigena. Organizzata quasi sempre in cooperative, allo scopo di assicurare un adeguato compenso alle comunità, essa ha offerto a un popolo travagliato una inaspettata possibilità di riscatto economico e culturale. Forse anche per questo ha mostrato fin da subito una sorprendente vitalità, coinvolgendo un numero altissimo di artisti (un termine non del tutto appropriato per una società che in realtà non valuta l’arte in termini estetici) e generando una rete di gallerie specializzate e un sistema di valori critici e di mercato. E’ una produzione nella quale è molto importante saper scegliere, perché spazia dall’artigianato turistico di poco prezzo ai capolavori da centinaia di migliaia di dollari contesi dai musei e dai collezionisti. Oggi l’arte aborigena non solo è considerata la maggiore espressione dell’arte australiana moderna, ma da molti è ritenuta uno dei più interessanti movimenti pittorici della seconda metà del Novecento, da collocare con pieno diritto accanto alle migliori esperienze artistiche occidentali.

Anche se i dipinti aborigeni possono sembrarci familiari per l’eleganza decorativa e per le forme astratte vicine all’arte moderna, sarebbe un errore fermarsi a questo appagamento immediato. Sebbene impieghino tecniche e forme che si sposano facilmente con il nostro gusto, in realtà questi quadri sono il frutto di un percorso creativo, che conta almeno 40.000 anni, totalmente ignaro delle vicende artistiche occidentali. I dipinti aborigeni, infatti, non contengono semplicemente delle forme astratte. Sono piuttosto - per usare un’espressione approssimativa - dei paesaggi schematici o delle mappe di luoghi. Luoghi formati e ancora oggi animati da eventi mitologici di esseri antichissimi (Dreamings), a cui ciascun autore è legato tramite un vincolo speciale.

Nella mitologia aborigena il Dreamtime - il tempo dei Dreamings, gli Esseri Ancestrali - non va inteso come un passato idealizzato  o come il semplice frutto di un sogno, ma come il mito dell’origine del mondo e di una conoscenza che è sentita viva tuttora. E’ l’inizio del tempo, quando gli esseri divini “nacquero dalla loro stessa eternità”. La terra era piatta, buia e silenziosa, ma gli antenati totemici - creature metamorfiche umane e vegetali (ma provviste di tutte le debolezze umane) - eruppero con forza dalle sue viscere, e fu la luce. Percorsero la terra, lasciando una rete di tracce che gli aborigeni si tramandano accuratamente da millenni (le “vie dei canti” rese celebri dal romanzo di Bruce Chatwin). E nel percorrerla le diedero forma, creando il paesaggio e tutte le specie viventi. Talvolta i loro spiriti si trasformarono in rocce o alberi, che segnano ancora oggi il territorio australiano. Stabilirono inoltre tutte le leggi inalterabili della società umana. Terminato il loro compito, tornarono a dormire nel sottosuolo.

I colori del deserto. Dipinti aborigeni contemporaneiLa cultura aborigena si trasmette in forma orale. Tutti i maschi, dopo l’iniziazione tribale, “possiedono” un Dreaming (e con esso una spiegazione del mondo e della sua creazione) e sono i custodi delle storie, delle canzoni, dei luoghi, delle immagini e delle preziose conoscenze religiose, mediche e alimentari ad esso associate. Esse sono state trasmesse loro dagli Spiriti Ancestrali con il sacro compito di perpetuarne la memoria. Ognuno di questi Dreamings è personale, ma si intreccia con centinaia di altri, e insieme formano una immensa rete di conoscenza mitica che si sovrappone perfettamente all’immenso territorio australiano. Per l’artista aborigeno non è tanto il dipinto che conta - né tantomeno la sua qualità estetica - quanto la testimonianza che esso offre di un potere ancestrale che rivive nei segni di un angolo di terra di cui l’autore è custode.

Dipingendo il quadro egli ci mostra innanzitutto il suo Dreaming personale, una vicenda o un percorso degli esseri che diedero origine al mondo. Esso risuona ancora in quel luogo che gli è stato assegnato  in custodia fra il concepimento  e la nascita, e spesso si intreccia con altri Dreamings e altri percorsi. Dipingerlo gli consente non solo di evocarlo attraverso dei segni convenzionali, ma anche di affermare il proprio ruolo e i propri legami all’interno della collettività. E’ da questa ricchezza di significati e da questo profondo valore magico - una magia che per questi pittori risuona ancora oggi nelle aride forme del paesaggio australiano - che deriva la suggestione dei dipinti aborigeni. A dispetto della loro straordinaria bellezza, riconoscibile a tutti, essi travalicano la semplice dimensione estetica. Esprimono la fiducia in forze primordiali che operano da tempi immemorabili, tracciano la geografia spirituale e materiale di un luogo e, attraverso di esso, affermano l’identità sociale e familiare dell’autore.

 
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